La lingua dello studio: un ostacolo davanti al quale non desistere

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“Questo libro nasce anche dalla rabbia”, le parole del Prof. P. Balboni durante la presentazione del suo ultimo volume. Una motivazione simile mi spinge alla stesura di questa riflessione che riguarda uno dei punti critici che ho riscontrato durante la mia attività di facilitatore linguistico. Allo studente straniero neoarrivato vengono proposte numerose e intensive attività, dai corsi attivati dal Comune ai Cpia, volte a fornire una conoscenza di base della lingua italiana. Il processo di acquisizione non va, però, di pari passo con gli obiettivi stabiliti dal curricolo della classe nel quale lo studente è inserito e genera una grande confusione per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro e la valutazione. L’attenzione con la quale si osservano le evidenti difficoltà iniziali dell’alunno straniero, non viene mantenuta nella delicata fase dello studio della microlingua di ogni disciplina. Questo accade anche e soprattutto perché non viene fatta una corretta valutazione delle conoscenze pregresse, del livello di scolarizzazione in L1 e sulla base di questi dati non viene redatto un piano didattico personalizzato che proceda per obiettivi chiari e realizzabili. Si sottolinea spesso l’urgenza di dare una valutazione, ma come possiamo valutare se mancano gli obiettivi da raggiungere?
“Se vuole sapere quali sono gli obiettivi minimi, vada a prenderli in segreteria”, questa è una delle risposte che ho ricevuto di fronte alla richiesta di un percorso personalizzato.
Lo studente italiano focalizza la propria attenzione sul contenuto, mentre per gli stranieri lo sforzo da impiegare nello studio è doppio: forma e contenuto. È importante quindi partire dalla semplificazione del testo e della terminologia utilizzata in ogni disciplina per facilitarne la comprensione.
Lo studente che padroneggia già determinati contenuti in L1, riesce più facilmente a comprenderli anche in L2 ma occorre poi esercitare la rielaborazione scritta e orale. Questa difficoltà, peraltro, è comune anche a molti studenti italiani che non riescono ad affinare le tecniche per “imparare a imparare”. Ecco allora che la presenza di alunni stranieri in classe può essere una proficua occasione per studiare e mettere in atto tecniche didattiche che facilitino la comprensione e l’acquisizione da parte di tutti.

Il primo giorno di scuola

Oggi è il primo giorno di scuola per molti studenti e io penso ai “miei”, che ora frequentano la terza o la quarta superiore e che hanno superato molte sfide per arrivare a tagliare questi traguardi. Penso che ricominceranno dopo una serata di lavoro o dopo giorni a pensare “Ce la farò da solo?” e li immagino preparare gli zaini carichi di aspettative, paure e forse anche un po’ di pigrizia. Auguro a loro e a tutti gli insegnanti che incontreranno di non lasciar perdere di fronte alla difficoltà, di non trincerarsi dietro alle differenze ma di prenderle come la più bella sfida per crescere e per educare. Proprio oggi voglio ricordarmi e ricordarvi di alcune storie a lieto fine che ho raccolto in questi anni, perché occorre guardare anche quello che funziona e, nella misura del possibile, seguire l’esempio.

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Non avevo mai visto una persona con una carnagione diversa dalla mia”: sei ragazze straniere raccontano il loro primo giorno di scuola

V. (Moldava, classe IV): Non ricordo bene perché non avevo nemmeno tre anni, ho solo vaghi ricordi di com’era l’ambiente all’asilo. Trasferirsi in un altro paese da bambini è facile perché si assimila più in fretta una nuova lingua e i bambini non guardano l’aspetto o la provenienza, si viene sempre accettati, i problemi iniziano quando si cresce. Penso che le persone abbiano pregiudizi dei quali nemmeno si rendono conto o che non vogliono ammettere. Sono spesso stata sminuita a causa delle mie origini e accusata di stereotipi affibbiati al mio paese. Molte volte, però, ho anche incontrato persone che non si sono minimamente fatte problemi riguardo alla mia provenienza.

C.(Nigeriana, classe IV)
Il mio primo giorno di scuola in Italia è stato indimenticabile. Anzi forse magico perché non riuscivo a credere che quel giorno fosse reale. Mi davo dei pizzicotti ogni tanto per essere sicura che non stessi sognando. I miei compagni sono stati tutti carini con me, quella un po’ chiusa e fredda ero io perché, oltre ad essere stupita, ero anche stranita perché non avevo mai visto, incontrato o parlato con una persona di carnagione diversa dalla mia. Non credevo esistessero, ma ero convinta anche che in cielo ci fossero i binari per far muovere gli aeroplani. Tornando al punto, dopo una settimana, riuscivo a comunicare in italiano con i miei compagni, malamente ma riuscivo a farmi capire e loro sono stati molto pazienti con me. Non li vedo più ormai però anche i miei nuovi compagni sono gentili (nuovi per modo di dire, li conosco ormai da quattro anni).
A.(Romena, classe IV)
Il primo giorno nella scuola italiana mi sono sentita male perché non sapevo come chiedere di andare in bagno, quindi ci sono andata sei ore dopo. Quel giorno c’è stata anche una verifica di tecnologia alla quale non ho partecipato per motivi ovvi. I miei compagni invece mi hanno trattata bene e ho fatto tante amicizie.
A.(Ucraina, classe IV)
Mi ricordo che ero arrivata a scuola con una penna e un quaderno nello zaino, non sapevo nemmeno una parola. Tutti quanti sono stati gentilissimi, mi hanno offerto da mangiare a ricreazione e cercavano di farmi capire le cose attraverso dei disegni. È stato davvero indimenticabile.

A.(Filippina, classe IV)
Il primo giorno di scuola è stato indimenticabile perché ero ancora all’asilo e non conoscevo la lingua italiana, ma una bambina si è subito avvicinata a me per fare amicizia anche se facevamo fatica a comunicare.
P. (Bengalese, classe III)
Quando sono arrivata non sapevo la lingua italiana, ma tutti i miei compagni di classe sono stati molto simpatici e mi hanno aiutata a imparare parole nuove.

Un sogno in valigia

Ci sono viaggi reali o immaginari che hanno segnato pagine memorabili della storia della letteratura e poi ci sono i viaggi che facciamo con la mente e con il cuore e i viaggi che fanno le persone che inseguono un sogno o, più semplicemente, la vita.
Dulce è un personaggio reale che è diventato finzione grazie alla penna e alle illustrazioni dei miei studenti.
Spero che questa storia vi faccia venire voglia di partire con una valigia e un cuore leggero e di portare con voi solo quello che è davvero importante. Come scrive Calvino “leggerezza è planare sulle cose dall’alto” e non può farlo chi ha troppi pesi sul cuore.

Un sogno in valigia

Un sogno in valigiaGuida per l’insegnante

Atlante dei luoghi ricordati

A casa mia c’è una stanza piena di carte geografiche, mappamondi piccoli e grandi e mi è sempre piaciuto frequentare persone che mi regalano pezzetti di mondo da collezionare come le tessere di un puzzle. Così ho deciso di inaugurare una nuova sezione del mio blog dal titolo Atlante dei luoghi ricordati e il primo non poteva che essere lo Sri Lanka. In attesa di partire e lasciare questo caldo infernale ascolto i racconti di un bambino con la valigia e immagino il sapore che può avere una fettina di pera con il sale.

(attività rivolta ai bambini a partire dai 7 anni- livello A2-B2)

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Atlante dei luoghi ricordati- Sri Lanka

L’italiano in campo

Qualche tempo fa stavo osservando un gruppo di bambini che giocavano a calcio. Il fratello di uno di questi si è rivolto a me dicendo: “Vuoi giocare anche tu?”
Non mi distinguo certo per le mie doti calcistiche, ma ancora prima che potessi rispondere un altro bambino ha esclamato: “Lei è una femmina, non è capace”
“Ci sono tante ragazze che giocano a calcio molto meglio dei maschi”, ha ribattuto il ragazzo. Calcio
Questo episodio mi ha fatto riflettere sul ruolo che può avere lo sport in relazione all’educazione interculturale e alla didattica dell’italiano L2.
Osservando i gruppi di studenti con i quali ho avuto modo di lavorare, mi sono resa conto che spesso i ragazzi tendono a stringere rapporti significativi sulla base di una comune lingua o nazionalità. Inoltre la didattica ludica, che permette maggiori interazioni tra i membri del gruppo, non è una delle scelte più motivanti se si tratta di apprendenti adolescenti o adulti.
È per questo motivo che nasce il progetto L’italiano in campo che prevede una serie di schede didattiche che hanno come fulcro l’attività sportiva.